Da oltre vent’anni, CTM – Cooperazione nei Territori del Mondo – opera in modo continuativo in Libano, concentrando gran parte delle proprie attività nel Sud del Paese, in particolare nell’area di Tiro, città considerata culla della civiltà occidentale e dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1984 per le sue straordinarie bellezze archeologiche. Il mito narra che Europa, principessa di Tiro, venne rapita da Zeus e portata a Creta, dando così il nome all’intero continente.
Il distretto di Tiro si trova proprio lungo la cosiddetta Blue Line, la fascia di confine sotto monitoraggio internazionale che vede la presenza della missione UNIFIL: un territorio fragile e strategico che, negli ultimi anni, è stato profondamente segnato da bombardamenti, evacuazioni forzate e dall’utilizzo di armamenti altamente impattanti, come il fosforo bianco, e che oggi rappresenta una delle aree più colpite dall’escalation del conflitto. In un momento in cui la stampa europea concentra l’attenzione sul confronto con l’Iran, si rischia di lasciare in secondo piano ciò che sta accadendo nei Paesi limitrofi, mentre Israele intensifica le operazioni militari su più fronti: Gaza, Cisgiordania, Siria (nell’area del Golan) e Libano.
Il Libano sta infatti attraversando una delle fasi più critiche della sua storia recente. Secondo i dati disponibili, dal 2 marzo si contano almeno 1.238 vittime. Solo tra sabato e domenica scorsi, 49 persone hanno perso la vita, tra cui 10 soccorritori, 3 giornalisti e 3 soldati del contingente indonesiano di UNIFIL. Gli attacchi aerei non si limitano più alle aree legate a Hezbollah, ma si sono estesi a gran parte del territorio nazionale: dai quartieri residenziali di Beirut Ovest alla città di Sayda e lungo tutta la costa. Sono stati inoltre distrutti i ponti che collegano il Sud al resto del Paese, nel tentativo di isolare intere aree.
La presenza costante di droni di sorveglianza e il rischio continuo di bombardamenti stanno generando un clima diffuso di paura e tensione. Oltre un milione di persone – circa un quinto della popolazione – ha abbandonato le proprie abitazioni, trovando rifugio in scuole, teatri ed edifici pubblici. Come testimonia Alberto Piccinni, presidente di CTM con lunga esperienza in Libano “in questo scenario, si stanno riaccendendo anche tensioni interetniche mai completamente sopite dopo la guerra civile: molte famiglie esitano ad accogliere sfollati sciiti per il timore che possano diventare bersagli militari, esponendo a rischio interi edifici o quartieri. Una dinamica che alimenta diffidenza e frammentazione sociale in un momento di estrema vulnerabilità”.
Per far fronte all’emergenza, il Governo libanese ha istituito un Comitato nazionale per la gestione della crisi, operando in coordinamento con il Ministero dell’Educazione, la Croce Rossa Libanese, la Protezione Civile, le agenzie delle Nazioni Unite e la rete locale delle unità DRR (Disaster Risk Reduction). Questi attori, con enormi difficoltà, stanno garantendo assistenza negli oltre 1.000 centri di accoglienza distribuiti sul territorio nazionale.
In questo contesto drammatico, il Salento – attraverso una rete ampia e consolidata di relazioni costruite nel tempo – esprime con forza la propria vicinanza al popolo libanese. Negli anni, infatti, numerose realtà pugliesi hanno preso parte attiva a progetti di cooperazione, formazione e tutela ambientale in Libano: le associazioni TempoPresente, Magna Grecia Mare, CoppulaTisa, Città Fertile, Le Fattizze, Terrarossa, Innovaction e La Scatola di Latta, insieme a importanti istituzioni come l’Università del Salento, il Museo di Storia Naturale del Salento, il CIHEAM, il GAL Capo di Leuca, il Centro di recupero tartarughe marine di Calimera, la Provincia di Lecce e la Regione Puglia. A queste si aggiungono i comuni di Martignano, San Cesario e Tricase, che hanno attivato gemellaggi rispettivamente con le municipalità libanesi di Kfar Matta, Bazurieh e Tiro.
Questi legami hanno dato vita a uno scambio umano e professionale intenso: oltre 40 professionisti pugliesi hanno maturato esperienze in Libano e un numero analogo di cittadini libanesi ha preso parte a percorsi formativi nel Salento. Un legame autentico, costruito nel tempo, che oggi vuole tradursi in un messaggio chiaro di solidarietà verso una popolazione duramente colpita.
In questo contesto, CTM continua a supportare questa rete attraverso il progetto FORPRO, finalizzato al rafforzamento della resilienza delle comunità locali e cofinanziato dall’8xmille IRPEF. L’iniziativa promuove un modello di agricoltura di comunità che consente alle fasce più vulnerabili della popolazione di utilizzare terreni pubblici per la produzione di ortaggi, frutta e piantine. I prodotti vengono poi impiegati nelle cucine sociali per la preparazione di pasti destinati agli sfollati o distribuiti direttamente alle famiglie in difficoltà, contribuendo così a garantire accesso al cibo, sicurezza alimentare e coesione sociale.
Alla luce dell’attuale escalation, aggiunge Alberto Piccinni, si rende inoltre urgente una riflessione a livello internazionale sul futuro della missione UNIFIL, il cui mandato è previsto in scadenza a fine 2026. Il venir meno della sua funzione di monitoraggio e garanzia lungo la linea di confine rischierebbe di lasciare spazio a scenari estremamente pericolosi, inclusa l’ipotesi – più volte evocata senza vergogna dagli esponenti del governo israeliano – della distruzione delle case della popolazione e di un’estensione territoriale de facto fino al fiume Litani o addirittura fino alla città di Sayda. Una prospettiva che rappresenterebbe una grave violazione della sovranità libanese e un pericoloso ritorno a logiche di ridefinizione dei confini imposte dall’alto, già tristemente sperimentate nella storia della regione fin dai tempi di Sykes-Picot.
Di fronte a tutto questo, la rete dei partner, delle istituzioni e dei cittadini che in questi anni hanno condiviso esperienze con il Libano rinnova il proprio impegno e la propria vicinanza. Il Salento, che grazie a CTM ha costruito relazioni profonde con il Paese dei Cedri, oggi si stringe simbolicamente attorno alle comunità colpite, riaffermando un legame che va oltre la cooperazione e diventa solidarietà concreta.
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